Ictus

Il 5 gennaio 2018 sono a pranzo da mia madre, abbiamo da poco finito di mangiare, io sono in cucina a chiacchierare, mentre mia madre lava i piatti. Leggo un messaggio su whatsapp, è divertente, vado per leggerlo a voce alta a mia madre. Niente. Sono distratta, non me ne accorgo subito. Dopo qualche secondo, ci riprovo a leggere a voce alta… niente da fare, la voce non esce. Mi sbraccio per farmi vedere da mia madre e le spiego a gesti che non mi esce la voce.

Panico… di mia madre, ma vedo che cerca di darsi un contegno. Corre al telefono e chiama mia cugina medico. L’ordine è chiamare l’ambulanza e andare subito in ospedale. Rifiuto l’idea dell’ambulanza. Il mio compagno, mia madre ed io partiamo con la macchina e ci fermiamo all’ospedale più vicino, dove però ci consigliano di andare altrove, perché non sono dotati di pronto soccorso neurologico.

Opto per il San Camillo: è un grande ospedale, ed è vicino al quartiere dove lavoro e dove vivono molti amici. Pronto soccorso, triage veloce: mi applicano subito un bracciale rosso con scritto “Stroke patient”. Nel frattempo ho ricominciato a parlare, biascico un po’, ma parlo.

Saluto i miei familiari ed entro nel salone del pronto soccorso. È pieno di pazienti, soprattutto anziani. Lettighe ovunque. Una specie di bolgia. Mi fanno sdraiare su una lettiga al centro della sala, Mi danno una pasticca chiedendomi “ha la sua acqua?”. E io “Perché, scusi, ma la gente viene al Pronto Soccorso portandosi l’acqua?”. Pare che gli abitué lo facciano. Essendo io là per la prima volta, non sono attrezzata. Quindi l’infermiera, non sapendo come darmi l’acqua (c’è un lavandino nel salone, ma mancano i bicchieri), scarta una siringa e la riempie d’acqua da spararmi in bocca per ingoiare la medicina (deve essere complicato fornire il PS di distributore di bicchieri di carta, ma forse alla lunga si risparmierà sul costo delle siringhe sprecate.

Mi si avvicina la neurologa, un bellissimo sorriso e una espressione tranquillizzante: Sabrina Anticoli . Mi porta subito a fare la tac cranica. E poi esce per parlare con la mia famiglia che aspetta ancora fuori molto agitata. Io invece, ormai quasi priva di sintomi, approfitto per guardarmi intorno. Ho scoperto che quando arrivo in un luogo, mi viene proprio istintivo quardarmi attorno per capire l’organizzazione.

Un luogo come il pronto soccorso del San Camillo è il non plus ultra come passatempo per studiare l’organizzazione. L’apparenza è quella del caos. Nel salone identifico 1-2 medici e qualche infermiera. Sembrano in qualche modo tenere sotto controllo tutti questi pazienti appoggiati qui e là. Per distinguerli al volo, attaccano ai piedi della barella un foglio con nome e cognome, e il motivo del ricovero in pronto soccorso.

Mi colpisce una signora anziana, cartello in fondo al letto “Maria Rossi, non vedente” (nome di fantasia). Maria Rossi è nella stessa bolgia in cui mi trovo io, ma non ha la possibilità di contestualizzare il caos che la circonda. E nessuno sembra preoccuparsene. Sta lì sulla barella con l’aria persa e spaventata. Se qualcuno del personale si avvicina, non riesce a mettersi nei suoi panni, non si presenta e neanche la interpella per nome, quindi lei non può sapere se la persona si sta rivolgendo a lei. Con il risultato di innervosire ulteriormente le infermiere.

Le poggiano un vassoio con la cena sul bordo del letto. Dicendole che ha la cena lì. Non le spiegano neanche in che punto del letto si trova. Con il rischio che rovesci il vassoio per errore. E comunque Maria non mangia perché non è in condizione di raggiungere il vassoio né di sapere come è fatto. Mi sale un nervoso…. È così difficile avere un po’ di umanità?

A me non hanno detto niente di cosa mi accadrà. Ho chiesto dove è il bagno, devo fare pipì (anche se non hanno l’acqua da bere). L’infermiera mi dice che non posso assolutamente alzarmi e che mi porta una padella. E sì, certo, io dovrei fare pipì in una padella d’ospedale su una barella posizionata al centro del salone, senza neanche un lenzuolo… Decido di resistere, ‘tanto tra poco mi manderanno a casa, penso.

Dopo un’ora abbondante, passa la dott.ssa Anticoli, anzi viene appositamente per aggiornarmi. Dalla Tac, si vede che ho avuto un ictus, molto leggero, una cosa minima. Ma vuole tenermi in osservazione. Devo dormire qui. Le spiego che devo fare pipì. (io sono fatta così, certo, ho avuto un ictus, sarà pure grave, ma ci penserò più tardi, ora devo proprio andare al bagno, sono uscita da casa da molte ore ormai). Mi indica il bagno. Le chiedo di spiegare alle infermiere che sono autorizzata ad alzarmi. Mi sorride. Va dalle infermiere e poi esce per tranquillizzare i miei e mandarli a casa.

Verso sera un infermiere mi sposta in un’altra sala, più tranquilla, pure essendo un codice rosso, in quanto “stroke patient”, in realtà sto bene e non rompo, quindi trascorro la notte nella stanza dei codici gialli, pochi letti, niente anziani. In piena notte arriva una ragazza giovane, vittima di incidente, parecchio acciaccata, ma vigile. Rimango stupita del fatto che alle tre di notte si facciano le Tac. Non hanno l’acqua da bere, a me non hanno dato la cena, non ho un lenzuolo per coprirmi, ma la Tac funziona. Per me non era scontata questa cosa.

Alle nove di mattina, mi sveglio trovandomi davanti Sabrina Anticoli e Nicola, il marito di mia cugina che fa il medico e lavora proprio al San Camillo. Sono entrambi sorridenti. È bellissimo svegliarsi con due volti amici e dall’aria serena. La Anticoli ha deciso che mi vuole far fare una risonanza magnetica e mi vuole ricoverare in reparto a neurologia per un paio di giorni. Così mi può dimettere forse in tempo per mandarmi a fare la chemio lunedì. Ha capito che per me è un fattore importante che mi mette ansia. Guardo il cuscino della barella: è pieno di capelli che mi sono caduti nella notte.

Attorno ai quindici anni, con mia sorella a Singapore.

2 Commenti

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silviarispondi
25 Luglio 2019 a 18:58

Grazie Francesca!!! Leggo una storia importante, un pezzo della tua strada che accompagna me e gli altri amici o lettori che arrivano a questa pagina, Credo lo scrivere ti sostenga nel dar senso a questa malattia, almeno io ho colto questo, a me allarga lo sguardo. Grazie!!!!!!!!

Francifishrispondi
28 Luglio 2019 a 23:42
– Rispondi a silvia

grazie Silvia. Spero di essere utile a qualcuno. Un bacio!

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