Noi madri

Io ed Emiliano, estate 2004

(Premessa linguistica: qui parlo di figli al maschile, perché altrimenti dovrei appesantire tutto il testo, e in parte perché parlo di mio figlio, che è maschio. Naturalmente includo qui anche le figlie femmine, anzi. Per una volta mi concedo questa scorciatoia. Capitemi)

L’adolescenza è una roba con cui fatico moltissimo a fare i conti. Mi manda ai matti. Stai perennemente sulle montagne russe. Altro che i marcatori tumorali che salgono e scendono. E tu sei tentata di fare come i tuoi genitori:
– “questa casa non è un albergo!”
– “finché ti mantengo io, fai come dico io”
– “no, ho detto no e basta. Ed è no perché lo dico io”.

Ti eri ripromessa che non lo avresti mai fatto, poi però pensi che in fondo tu non sei tanto una brutta persona, e i tuoi genitori con i loro metodi criticabili un ruolo ce l’avranno pure avuto nel far di te l’adulto di oggi. Insomma, niente di originale.

L’esperienza col tumore al pancreas mi ha spesso messo di fronte al problema della maternità legata alla malattia oncologica.  Nel primo anno ho incontrato in ospedale tante donne ricoverate con me, e le loro famiglie. Ne ho già parlato, descrivendo donne diverse con rapporti con i figli molto differenti. Alcune si appoggiavano, altre restavano il perno familiare, mantenendo il controllo stretto di tutto anche a distanza. Altre soffrivano all’idea di non poter vedere il figlio lontano.

Adesso che conosco molto da vicino donne più giovani con tumore al pancreas, donne con figli piccoli, vedo le cose in un’ottica anche diversa.

Intuisco che i pazienti maschi con figli piccoli siano soprattutto preoccupati di lasciare la famiglia in difficoltà economiche. Cercano di “sistemare” le cose nel modo più saggio possibile. Anche con grande sofferenza, certo. Ma intuisco la consapevolezza che la loro compagna riuscirebbe in qualche modo a supplire all’eventuale assenza del padre.

Le madri, no, le madri sono diverse. Le madri sanno in fondo al cuore che se loro se ne vanno, verrà meno l’unica persona che sa tutto del proprio figlio, la sua memoria storica, la sua crescita, i ricordi, la capacità di mettersi nei suoi panni, la consapevolezza di essere sempre e comunque la salvatrice di ultima istanza. Qualsiasi cosa accada, qualsiasi scontro accada, lei ci sarà sempre. Riaprirà sempre la porta. E se lei non c’è si crea un buco, un vuoto.

Quando sei malata e non sai quanto durerà, le cose si complicano ulteriormente. Da un lato vorresti tenere i figli al riparo dalla sofferenza. Dall’altro senti l’urgenza di approfondire la relazione oggi, ora, non sapendo quanto tempo avrai per farlo dopo. Ed è difficile approfondire una relazione senza parlare della tua malattia. Quindi ti trovi in mezzo tra lui che dice “esco con i miei amici” e tu che vorresti dire “io oggi sono a casa, ti va di andare al cinema insieme?”. Tra lasciarlo vivere una vita leggera e inconsapevole – come in fondo hai vissuto tu – e invece creare insieme dei bei ricordi che gli rimarranno per dopo. Mica è facile.

Poi c’è la questione del buon esempio. Mio figlio lo vede che da un anno lavoro sempre meno, che viaggio molto e mi diverto molto, che per me è importante dare senso a ogni giornata e che mi rifiuto di tornare a casa per fare la colf, rimettere in ordine, spolverare, fare le lavatrici e ripartire. È chiarissimo il messaggio che non sono la domestica di casa. Ho provato a spiegargli in modo un po’ generico il mio rapporto col tempo. Ma poi come fai a dirgli che mentre tu stai vivendo la vita in pieno, lui invece deve studiare cose che ritiene noiosissime, in un ambiente che non lo stimola, non lo appassiona né lo incoraggia. Insomma vivi sempre sul filo del rasoio logico e filosofico, parlando tanto, mettendo tutto in discussione. (Emiliano è uno di quelli che riuscirebbe a vendere il ghiaccio agli esquimesi; ho allevato/allenato un mostro!)

Insomma tu fai del tuo meglio. Sai pure che non esiste una via maestra. Io so che la mia rete familiare e amicale lo circonderà di tutto l’affetto del mondo se servirà. Ma noi madri cancreatiche vorremmo avere la certezza che i nostri figli ce la faranno a essere sereni. Quando ho iniziato questo percorso, mio figlio aveva 14 anni e mezzo. Il prossimo febbraio ne compirà 18. Speravo, ma non pensavo, di arrivare alla sua maggiore età. Un obiettivo stabilito così, per praticità. Mi pareva meno complicato lasciare un figlio maggiorenne.  Perché si sa, sono una donna pratica.

Per una come me questo periodo ha significato anche per esempio capire se farmi i tatuaggi all’henné in testa – e andare al colloquio con i suoi insegnanti, sotto gli occhi dei suoi amici – gli creasse imbarazzo. Se vedermi senza capelli e senza parrucca lo mettesse in difficoltà perché gli rimandavo l’immagine di un volto malato. Se colorarmi i capelli di blu, di viola, di rosso, lo mettesse in ridicolo con il suo mondo. Sono quella un po’ strana, alla fine. Ma penso che sia pure piuttosto orgoglioso di me.

L’ultima volta che sono passata per la sua scuola prima della pandemia era l’intervallo, i ragazzi erano nel cortile. Avevo i capelli tinti di rosso e viola: un suo amico mi ha guardato ridendo e facendo un commento che mi è stato riferito dopo: aveva notato che i colori dei miei capelli erano simili a quelli della moto di Emiliano, e quindi scherzava sul fatto che nel verniciare ci fosse scappato il pennello. Ecco… Si sono abituati.

Oltre a essere anagraficamente quasi maggiorenne, mio figlio – Emiliano – ha fatto un percorso di crescita incredibile in questi tre anni. I suoi insegnanti non è che l’abbiano proprio notato moltissimo. Lo riconosco, ha un grande problema con la scuola, che ancora non sono riuscita a risolvere, e lui neanche. Nonostante i suoi insegnanti siano per lo più persone che stimo molto.   Però sta sperimentando, piuttosto saggiamente, tante opzioni, soprattutto di autonomia. Lavora, è economicamente indipendente, e si guarda attorno cercando progetti di vita su cui puntare.

Ogni tanto percepisco dall’esterno una velata critica nei miei confronti come madre, per essere tanto assente, assente non perché mi devo ricoverare, ma perché parto per fare altre esperienze. In fondo credo che questo sia un insegnamento che sta spingendo mio figlio a partire quando potrà. A viaggiare. Immaginate se vivessi sempre in casa, partendo solo per 2-3 giorni per la chemio e per il resto rimanendo in casa a fare la traduttrice, la madre e la colf (due ruoli ben distinti, badate bene). Intanto mi avrebbero sepolto da tempo. Poi io ed Emiliano saremmo arrivati velocemente ai ferri corti. Poi – soprattutto – sarei una Francesca triste, depressa e frustrata. Insomma il migliore esempio che posso dare a mio figlio è quello di volermi bene, trattarmi bene, essere gentile con me stessa (e con gli altri, ovviamente, mi pare sottinteso). E riuscire a esserci per lui comunque. Quando serve, io ci sono. Noi madri ci siamo sempre.

Ora sono piuttosto sicura che prima o poi Emiliano troverà la sua strada nella vita, che sarà una bella persona e che avrà tutto il Fishpost, la mia rete personale, che lo accompagnerà nel suo percorso, gli sarà vicino, ognuno come può. O che magari io potrò proseguire i miei viaggi, il mio nomadismo, e spuntare nei momenti di difficoltà o di grande felicità.

Nei prossimi giorni avvierò le pratiche per il cambio di nome a Emiliano, in modo che possa aggiungere il mio cognome a quello di suo padre. Sono quasi 18 anni che penso di farlo. Direi che è giunta l’ora. Magari sarà proprio quello il mio regalo per i suoi 18 anni.

5 Commenti

Partecipa alla discussione e dì la tua.

Maria teresarispondi
24 Novembre 2020 a 10:33

Grande Franci. Scrivi benissimo e trasmetti commozione ma anche gioia

Massimiliano Marinellirispondi
24 Novembre 2020 a 15:24

..ma ‘nsomma!! In altre parole, noi maschietti, nell’ambito di un nucleo familiare contiamo praticamente zero.. Bono a sapesse..
Non ho figli, ma se li avessi, non accetterei affatto di buon grado il ruolo di comprimario rispetto alla “crescita” dei miei figli.. e la madre, dovrebbe guadagnarselo sul campo, il ruolo di protagonista a cui tanto anela.. Sarebbe da vedere…
Pensavo a mio padre.. non ho avuto un grande rapporto con lui, anzi.. Eppure, oggi, da adulto (quasi vecchietto, direi), mi piacerebbe poterci parlare, e spiegarmi.. e farmi spiegare.. M’avrebbe potuto aiutare di più allora, forse.. ma potrebbe aiutarmi tanto, ancora oggi..
In generale, i maschietti sono quello che sono, e fa comodo a tutti che siano quello che sono.. D’altronde, voi mamme, rischiereste di perdere quel ruolo così fondamentale a cui vi fa assurgere Madre Natura (“madre” pure lei, ma guarda un po’..) con il vantaggio della procreazione. Per i figli, soprattutto da piccoli, la mamma è solo Santa.. e il papà è… mah.. Poi, si cresce.. e la mamma perde un po’ della sua “santità”.. e il papà, acquista se non altro il beneficio delle attenuanti..
Sei però molto brava a scrivere.. convincente.. e se Emiliano è ormai capace di “vendere ghiaccio agli eschimesi”, beh.. un motivo ce sarà.. 🙂

Francifishrispondi
24 Novembre 2020 a 16:09
– Rispondi a Massimiliano Marinelli

molte di noi quel ruolo ce lo siamo guadagnate sul campo. Poi, tu che mi conosci bene sai che il figlio lo avrei fatto pure da sola, ma c’è da dire che il padre non ha per niente lottato per aumentare il suo ruolo, in parte per rispetto a me ma in larga misura perché non aveva, né ha, alcun istinto paterno. Detto ciò, non mi pare che io sia mai stata considerata santa da Emiliano, anzi ora (nel senso di proprio in questi giorni, non do mai nulla per scontato) mi sembro più apprezzata…

Angelorispondi
26 Novembre 2020 a 22:59
– Rispondi a Massimiliano Marinelli

Provo ad entrare in punta di piedi. Se non ci riuscirò, colpa mia.
1) Non discuto il TUO ruolo con tuo figlio. Ogni relazione umana è unica. E nel TUO caso, non discuto che tu abbia una centralità unica, indiscutibile. E, su quello, il mio (insignificante!) parere è che amarSI sia uno degli insegnamenti più preziosi da dare a un figlio. Quello che probabilmente anche io ho faticato a dare. E non è da confondere con l’egoismo: chi si ama può essere egoista, ma, a ciò che ho visto, chi è egoista di solito non si ama.
2) Però anche il rapporto con i padri dipende. Ognuno è originale. Io ho ad esempio faticato con il mio a non considerarlo perfetto. Ma non a 12 anni, a 40… Adesso ci sono riuscito, gli riconosco anche dei limiti… però mi ha plasmato molto più di mia madre. E la sua assenza sarebbe stata insostituibile. E, complice il lavoro che allora facevo, con i figli piccolissimi sono stato più io di mia moglie; complice la sua malattia, sono stato più punto di riferimento io: e se pensavo alla mia dipartita (oh, basta un banale incidente in macchina! E di km ne macino tanti), non immaginavo i problemi economici, perché credo che la rete di amici su quello faccia molto, ma l’assenza umana. Forse sono presuntuoso. Quasi di sicuro.
Ma so che ci sono padri così, anche se non sono io. E penso anche che ogni singola mancanza umana… manca, e non solo per l’apporto economico. Quel pregiudizio è, temo, un’altra delle conseguenze del sessismo della nostra cultura, che spesso demolisce e mortifica il ruolo femminile, a volte fa l’inverso. Ma resta – a mio inutile parere – dannoso sempre.
Tu, con Emiliano, hai fatto meglio. (E il regalo da diciottenne penso che lo gradirà molto).

Emanuelarispondi
26 Novembre 2020 a 21:52

È un piacere leggerti..continua ad essere nomade..grande Francesca..👏👏👏

Lascia un commento